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La gioia armata – Alfredo M. Bonanno (2)

Finchè prendi il lanciato da te, tutto

è destrezza e risibile vincita; solo

se tu d’improvviso diventi chi prende

la palla che un’eterna compagna

di giochi lanciò a te, al tuo centro,

con lo slancio propriamente potuto,

in uno di quegli archi di grande,

divina costruzione di ponti: solo allora

saper prendere è forza – non tua,

di un mondo (Rilke)

V

Anche lo sfruttato trova il tempo per giocare. Ma il suo gioco non è gioia. È una liturgia macabra. Un’attesa della morte. Una sospensione del lavoro usata per scaricare la carica di violenza accumulata nel corso della produzione. Nell’illusorio mondo della merce, anche il gioco è illusorio. Ci si illude di giocare, mentre non si fa altro che ripetere monotonamente i ruoli assegnati dal capitale. Prendendo coscienza dei processi di sfruttamento, la prima cosa cui si pensa è la vendetta, l’ultima la gioia. La liberazione è vista come ricomposizione di un equilibrio rotto dalla cattiveria del capitale, non come avvento di un mondo del gioco che si sostituirà al mondo del lavoro. È la prima fase dell’attacco contro i padroni. La fase della coscienza immediata. Quello che ci colpisce sono le catene, la frusta, le mura del carcere, le barriere sessuali e razziali. Tutto ciò deve cadere. Per questo ci armiamo e per questo colpiamo l’avversario, il responsabile. Nella notte della ghigliottina si gettano le basi di un nuovo spettacolo, il capitale ricostruisce le sue forze: prima cadono le teste dei padroni, poi quelle dei rivoluzionari. Non è possibile fare la rivoluzione solo con la ghigliottina. La vendetta è l’anticamera della guida. Chi vuole vendicarsi ha bisogno di un capo. Un capo che conduca alla vittoria e ristabilisca la giustizia ferita. E chi vuole vendicarsi è portato a vendicare un possesso di qualcosa che gli è stato tolto. Fino alla suprema astrazione: l’esproprio del plus-valore.


Il mondo del futuro deve essere un mondo dove tutti lavorano.

Bene! Avremo, in questo modo, imposto la schiavitù a tutti, escluso quelli che dovranno farla continuare che, proprio per questo, saranno i nuovi padroni.

Vada come vada ma i padroni devono “pagare” per le loro colpe.

Bene! Avremo, in questo modo, riportato l’etica cristiana del peccato, della condanna e dell’espiazione, all’interno della rivoluzione. A prescindere dei concetti di “debito” e di “pagare” che sono di chiara derivazione mercantile.

Tutto ciò fa parte dello spettacolo. Quando non è direttamente gestito dal potere, può essere ripreso con facilità. Un capovolgimento dei ruoli recitativi fa parte delle tecniche drammaturgiche. Ad un certo livello dello scontro di classe, può essere indispensabile attaccare con le armi della vendetta e della punizione. Il moviniento può non possederne altre. È, allora, il momento della ghigliottina. Ma i rivoluzionari devono essere coscienti dei limiti di queste armi. Non possono illudersi ed illudere gli altri. Nel quadro paranoico di una macchina razionalizzante, com’è il capitale, anche il concetto di rivoluzione della vendetta, può entrare a far parte del continuo modificarsi dello spettacolo. Il movimento apparente della produzione si svolge sotto la benedizione della scienza economica, ma si basa in realtà sull’antropologia illusoria della separazione dei compiti. Non c’è gioia nel lavoro. Nemmeno nel lavoro autogestito. La rivoluzione non può rinchiudersi in una modificazione dell’organizzazione del lavoro. Soltanto in ciò. Non c’è gioia nel sacrificio, nella morte, nella vendetta. Così come non c’è gioia nel contarsi. L’aritmetica è la negazione della gioia. Chi vuole vivere non produce la morte. L’accettazione transitoria della ghigliottina conduce alla sua istituzionalizzazione. Ma, nello stesso tempo, chi ama la vita non abbraccia il suo sfruttatore. In caso contrario, odierebbe la vita e amerebbe il sacrificio, la punizione di se stesso, il lavoro, la morte. All’interno del cimitero del lavoro, secoli di sfruttamento hanno accumulato una montagna della vendetta. Su questa montagna siedono impassibili i capi del movimento rivoluzionario. Studiano il modo migliore di mettere a profitto la montagna. La carica di violenza vendicatrice deve essere indirizzata verso interessi della nuova casta di potere. Simboli e bandiere. Parole d’ordine e analisi complicate. L’apparato ideologico si dispone a fare quanto necessario. L’etica del lavoro rende possibile la strumentalizzazione. Chi ama il lavoro vuole impadronirsi dei mezzi di produzione, non vuole che si vada avanti alla cieca. Sa, per esperienza, che i padroni hanno avuto dalla loro una potente organizzazione per rendere possibile lo sfruttamento. Pensa che solo un’organizzazione altrettanto potente e perfetta, renderà possibile la liberazione. Che si faccia tutto il possibile ma che si salvi la crescita produttiva. Quale immenso inganno. L’etica del lavoro è l’etica cristiana del sacrificio, l’etica dei padroni, in base alla quale gli eccidi della storia si sono susseguiti con preoccupante metodicità. Questa gente non riesce a pensare che si può non produrre plus-valore, che pur potendolo produrre ci si può rifiutare di farlo. Che si può affermare, contro il lavoro, una volontà non-produttiva, capace di lottare non solo contro le strutture economiche dei padroni, ma anche contro quelle ideologiche, che attraversano tutto il pensiero occidentale. E’ indispensabile capire che l’etica del lavoro costituisce anche la base del progetto rivoluzionario quantitativo. Non avrebbe senso un discorso contro il lavoro fatto dalle organizzazioni rivoluzionarie all’interno della loro logica della crescita quantitativa. L’estetica della gioia, sostituendosi all’etica del lavoro non impedisce la vita, come tanti preoccupati compagni affermano. Alla domanda: Che cosa mangeremo? si può rispondere, con tutta tranquillità: quello che produrremo. Solo che la produzione non sarà più la dimensione in cui l’uomo si autodetermina, trasferendosi questa nella sfera del gioco e della gioia. Si potrà produrre, non come qualcosa di separato dalla natura, che una volta realizzato, si ricongiunge a quest’ultima. Ma come qualcosa che è la natura stessa. Per cui l’arresto della produzione sarà possibile in ogni momento, quando se ne avrà abbastanza. Solo la gioia sarà inarrestabile. Una forza ignota alle larve civilizzate che popolano la nostra epoca. Una forza che moltiplicherà per mille l’impulso creativo della rivoluzione. La ricchezza sociale del mondo comunista non si misura dall’accumulazione del plus-valore, anche se quest’ultimo risulta gestito da una minoranza che si chiama partito del proletariato. Questa situazione riproduce il potere, negando il fondamento stesso dell’anarchia. La ricchezza sociale comunista è data dalla potenzialità di vita che si realizza dopo la rivoluzione. All’accumulazione capitalista deve sostituirsi non un’accumulazione quantitativa (anche se gestita da un partito) ma un’accumulazione qualitativa. La rivoluzione della vita si sostituisce alla semplice rivoluzione economica. La potenzialità produttiva alla produzione cristallizzata. La gioia allo spettacolo. La negazione del mercato spettacolare dell’illusione capitalista, imporrà un altro tipo di scambio. Dallo scambio fittizio quantitativo allo scambio reale qualitativo. La circolazione non si baserà sugli oggetti, e quindi sulla loro reificazione illusionistica, ma sul senso che gli oggetti avranno per la vita. E un senso “per la vita” deve essere un senso di vita e non un senso di morte. Questi oggetti saranno, quindi, limitati al momento preciso in cui vengono scambiati ed avranno un significato sempre diverso a seconda delle situazioni che determineranno lo scambio. Uno stesso oggetto potrà avere “valori” profondamente diversi. Sarà personificato. Estraneo alla produzione così come la conosciamo nella dimensione del capitale. Lo stesso scambio avrà un senso se visto attraverso il rifiuto della produzione illimitata. Non esiste il lavoro liberato. Non esiste il lavoro integrato (manuale-intellettuale). Quello che esiste è la divisione del lavoro e la vendita della forza lavoro, cioè il mondo capitalista della produzione. La rivoluzione sarà sempre e soltanto negazione del lavoro, affermazione della gioia. Ogni tentativo di imporre l’idea di un lavoro “solo lavoro”, senza sfruttamento, di un lavoro “autogestito”, di un lavoro in cui lo sfruttato si riappropria della totalità del processo produttivo, è una mistificazione. Il concetto di autogestione della produzione resta valido solo come schema di lotta contro il capitale, difatti non può separarsi dal concetto di autogestione della lotta. Spenta la lotta, l’autogestione non è altro che autogestione del proprio sfruttamento. Realizzata vittoriosamente la lotta, l’autogestione della produzione diventa superflua, perchè dopo la rivoluzione, è superflua e controrivoluzionaria l’organizzazione della produzione.

Finchè prendi il lanciato da te, tutto

è destrezza e risibile vincita; solo

se tu d’improvviso diventi chi prende

la palla che un’eterna compagna

di giochi lanciò a te, al tuo centro,

con lo slancio propriamente potuto,

in uno di quegli archi di grande,

divina costruzione di ponti: solo allora

saper prendere è forza – non tua,

di un mondo (Rilke)


VI

Tutti noi crediamo di avere esperienza della gioia. Almeno una volta, ognuno di noi, ha creduto di gioire nella propria vita. Solo che questa esperienza della gioia ha sempre una forma passiva. Ci accade di gioire. Non possiamo “volere” la nostra gioia, come non possiamo obbligare la gioia a ripresentarsi. Tutto ciò, questa separazione tra noi e la gioia, dipende dal nostro essere “separati” da noi stessi, tagliati in due dal processo di sfruttamento. Lavoriamo tutto l’anno per avere la “gioia” delle vacanze. Quando queste arrivano ci sentiamo in “obbligo” di “gioire” del fatto di essere in vacanza. È una tortura come un’altra. Lo stesso per la domenica. Un giorno allucinante. La rarefazione dell’illusione del tempo libero ci fa vedere la vacuità dello spettacolo mercantile in cui viviamo. Lo stesso sguardo assente fissa il bicchiere semivuoto, la televisione, la partita di calcio, la fiala di eroina, lo schermo dei cinema, le lunghe fila delle automobili, le luci pubblicitarie, le villette prefabbricate che hanno finito di uccidere il paesaggio. Cercare la “gioia” nel fondo di una delle diverse “recite” dello spettacolo capitalista è pura follia. È proprio quello che vuole il capitale. L’esperienza del tempo libero, programmato dai nostri sfruttatori, è letale. Fa desiderare il lavoro. Alla vita apparente si finisce per preferire la morte sicura. Nessuna gioia reale può venirci dal meccanismo razionale dello sfruttamento capitalista. La gioia non ha regole fisse che possano catalogarla. Anche se dobbiamo poter volere la nostra gioia. Altrimenti siamo perduti. La ricerca della gioia è, quindi, un’azione della volontà. Una ferma negazione delle condizioni fissate dal capitale, cioè dei suoi valori. La prima di queste negazioni è quella del valore del lavoro. La ricerca della gioia può avvenire solo attraverso la ricerca del gioco. In questo modo il gioco assume un significato diverso da quello che siamo soliti dargli nella dimensione del capitale. Il gioco che si contrappone, come ozio sereno, alle responsabilità della vita, è un immagine falsa e distorta della vera realtà del gioco. Nella realtà di lotta contro il capitale, allo stadio attuale dello scontro e delle relative contraddizioni, il gioco non è un “trastullo”, ma è un’arma di lotta. Per una strana ironia, la parti si capovolgono. Se la vita è una cosa seria, la morte è un’illusione, in quanto finché viviamo la morte non esiste. Ora, il regno della morte, cioè il regno del capitale, che nega la nostra esistenza di uomini, riducendoci a “cose”, è “apparentemente” serissimo, metodico, disciplinato. Ma il suo parossismo possessivo, il suo continuo rigorismo etico, la sua mania del “fare”, nascondono una grande illusione: la vuotaggine dello spettacolo mercantile, l’inutilità dell’accumulazione indefinita, l’assurdità dello sfruttamento. Quindi, la più grande serietà del mondo del lavoro e della produttività, nasconde la più grande mancanza di serietà. Al contrario, la negazione di questo mondo ottuso, la ricerca della gioia, del sogno, dell’utopia, nella sua dichiarata “mancanza di serietà”, nasconde la più grande serietà della vita: la negazione della morte. Anche da questa parte della barriera, nello scontro fisico col capitale, il gioco può assumere forme diverse. Molte cose possono essere fatte “per gioco”. Molte cose che solitamente facciamo con “serietà”, portandoci dietro la nostra maschera di morte, quella prestataci dal capitale. Il gioco è caratterizzato da un impulso vitale, sempre nuovo, sempre in movimento. Agendo come se giocassimo, inseriamo quest’impulso nelle nostre azioni. Ci liberiamo dalla morte. Il gioco ci fa sentire vivi. Ci dà l’emozione della vita. Nell’altro modello dell’agire, assumiamo tutto come un compito, come qualcosa che “dobbiamo”, come un obbligo. In quest’emozione sempre nuova, esatto rovescio dell’alienazione e della pazzia del capitale, possiamo identificare la gioia. Nella gioia risiede la possibilità della frattura col vecchio mondo e l’identificazione di scopi nuovi, di bisogni e valori differenti. Anche se la gioia, in se stessa, non può considerarsi lo scopo dell’uomo, è senz’altro la dimensione privilegiata, volontariamente identificata, che rende diverso lo scontro col capitale.

La vita è così noiosa che non c’è

nient’altro da fare che spendere tutto

il nostro salario sull’ultimo vestito

o sull’ultima camicia.

Fratelli e sorelle, quali sono i vostri

veri desideri? Sedersi in un Drugstore,

con lo sguardo perduto

nel nulla, annoiato, bevendo un caffè senza sapore?

Oppure, forse

FARLO SALTARE O BRUCIARLO.

The Angry Brigade

VII

Il grande spettacolo del capitale ci ha tutti messi dentro, fino al collo. A turno, attori e spettatori. Invertiamo le parti, ora guardando a bocca aperta, ora facendoci guardare dagli altri. All’interno della carrozza di cristallo ci siamo entrati tutti, pur sapendo che si trattava di una zucca. L’illusione della fata ha ingannato la nostra coscienza critica. Adesso dobbiamo stare al gioco. Almeno fino a mezzanotte. Miseria e fame sono ancora gli elementi propulsivi della rivoluzione. Ma il capitale sta allargando lo spettacolo. Intende fare entrare in scena nuovi attori. Il più grande spettacolo del mondo ci sbalordirà. Sempre più difficile e sempre meglio organizzato. Nuovi pagliacci si apprestano a salire sulle tribune. Nuove fiere verranno addomesticate. I sostenitori del quantitativo, gli amanti dell’aritmetica, entreranno per primi e resteranno abbagliati dalle luci delle prime file. Si porteranno dietro le masse del bisogno e le ideologie del riscatto. Ma quello che non potranno eliminare sarà la loro serietà. Il più grande pericolo cui andranno incontro sarà una risata. La gioia è mortale all’interno dello spettacolo del capitale. Tutto, qui, è tetro e funebre, tutto è serio e composto, tutto è razionale e programmato, proprio perchè tutto è falso ed illusorio. Oltre la crisi, oltre le contraddizioni del sottosviluppo, oltre la miseria e la fame, il capitale dovrà sostenere l’ultima battaglia, quella decisiva, con la noia. Anche il movimento rivoluzionario dovrà sostenere le sue battaglie. Non solo quelle tradizionali contro il capitale. Ma anche di nuove, contro se stesso. La noia lo attacca dal di dentro, lo incrina, lo rende asfissiante, inabitabile. Lasciamo gli amanti degli spettacoli del capitale. Quelli che sono d’accordo fino in fondo a recitare la propria parte. Costoro pensano che le riforme possano realmente modificare le cose. Ma questo pensiero è più una copertura che altro. Sanno troppo bene che il cambiar delle parti è una delle regole del sistema. Aggiustando le cose un poco alla volta, si ottiene il risultato di tornare utili al capitale. Poi c’è il movimento rivoluzionario dove non mancano quelli che attaccano a parole il potere del capitale. Costoro fanno una grande confusione, ricorrono a grosse frasi ma non impressionano più nessuno, tanto meno il capitale. Quest’ultimo li usa, sornione, per le parti più difficili del suo spettacolo. Nei momenti in cui occorre un solista, fa avanzare sulla scena uno di questi personaggi. Il risultato è accorante. La verità è che bisogna spaccare il meccanismo spettacolare della merce, entrando nel dominio del capitale, nel centro di coordinamento, nel nucleo stesso della produzione. Pensate che meravigliosa esplosione di gioia, che grande salto creativo in avanti, che straordinario scopo “privo di scopo”. Solo che entrare gioiosamente, con i simboli della vita, all’interno del meccanismo del capitale, è molto difficile. La lotta armata, spesso, è simbolo di morte. Non perchè dona la morte ai padroni e ai loro servitori, ma perchè pretende imporre le strutture del dominio della morte. Diversamente concepita, essa sarebbe veramente la gioia in azione, quando fosse capace di spezzare le condizioni strutturali imposte dallo stesso spettacolo mercantile, come, ad esempio, il partito militare, la conquista del potere, l’avanguardia. Ecco l’altro nemico del movimento rivoluzionario. L’incomprensione. La chiusura davanti alle nuove condizioni del conflitto. La pretesa di imporre i modelli del passato, ormai entrati a far parte della gestione spettacolare della merce. Il disconoscimento della nuova realtà rivoluzionaria, alimenta un disconoscimento teorico e strategico delle capacità rivoluzionarie del movimento stesso. E non importa affermare che ci sono nemici tanto vicini da rendere necessario un intervento immediato, al di là delle precisazioni interne di carattere teorico. Tutto ciò nasconde la capacità di affrontare la realtà nuova del movimento, l’incapacità di superare errori del passato che hanno gravi conseguenze nel presente. E questa chiusura alimenta ogni tipo di illusione politica razionalista. Le categorie della vendetta, della guida, del partito, dell’avanguardia, della crescita quantitativa, hanno un senso solo nella dimensione della nostra società, ed è un senso che favorisce la perpetuazione del potere. Ponendosi dal punto di vista rivoluzionario, cioè dell’eliminazione totale e definitiva del potere, queste categorie cessano di avere un senso. Muovendoci nel non-luogo dell’utopia, nel capovolgimento dell’etica del lavoro, nel qui e subito della gioia realizzata, ci troviamo all’interno di una struttura del movimento che è ben lontana dalle forme storiche della sua organizzazione. Questa struttura si modifica continuamente, sfuggendo ad ogni tentativo di cristallizzazione. La sua caratteristica è l’autorganizzazione dei produttori, sul posto di lavoro, e la contemporanea autorganizzazione delle forme di lotta per il rifiuto del lavoro. Non impadronimento dei mezzi di produzione, attraverso le organizzazioni storiche, ma rifiuto della produzione attraverso la spinta di strutture organizzative che si modificano continuamente. Lo stesso avviene nella realtà non garantita. Le strutture emergono sulla base dell’autorganizzazione, stimolate dalla fuga dalla noia e dall’alienazione. L’inserimento di uno scopo programmato ed imposto da un’organizzazione nata e voluta al di fuori di queste strutture, significa l’uccisione del movimento, il ripristino dello spettacolo mercantile. La maggior parte di noi è legata a questa visione dell’organizzazione rivoluzionaria. Anche gli anarchici, pur rifiutando la gestione autoritaria dell’organizzazione, non recedono dal riconoscere validità alle loro formazioni storiche. Su queste basi, tutti riconosciamo che la realtà contraddittoria del capitale, può essere attaccata con simili mezzi. Lo facciamo perchè siamo convinti che questi mezzi sono legittimi, emergendo dallo stesso terreno dello scontro del capitale. Non ammettiamo che qualcuno non la pensi come noi. La nostra teoria si identifica nella pratica e nella strategia delle nostre organizzazioni. Molte differenze ci sono tra noi e gli autoritari. Ma queste cadono davanti alla comune fede nell’organizzazione storica. Si arriverà all’anarchia attraverso l’opera di queste organizzazioni (le differenze – sostanziali – sorgono solo sul punto della metodologia di avvicinamento). Ma questa fede sta ad indicare una cosa molto importante: la pretesa di tutta la nostra cultura razionalista, di spiegarsi il movimento della realtà, e di spiegarselo in modo progressivo. Questa cultura si basa sul presupposto della irreversibilità della storia e sulla capacità analitica della scienza. Tutto ciò ci consente di considerare il momento presente, come il confluire di tutti gli sforzi del passato, come il punto più alto della lotta contro il potere delle tenebre (lo sfruttamento del capitale). Così, noi saremmo, in modo assoluto, più avanzati dei nostri progenitori, capaci di elaborare e gestire una teoria e una strategia organizzativa che è il risultato della somma di tutte le esperienze passate. Tutti coloro che rigettano questa interpretazione, si trovano automaticamente fuori della realtà, essendo questa, per definizione, la stessa cosa della storia, del progresso, e della scienza. Chi rifiuta è antistorico, antiprogressista e antiscientifico. Condanne senza appello. Forti di questa corazza ideologica ci rechiamo nelle piazze. Qui ci scontriamo con una realtà di lotta strutturata in modo diverso. Queste strutture agiscono sulla base di stimoli che non rientrano nel quadro delle nostre analisi. Un bel mattino, nel corso di una manifestazione pacifica, ed autorizzata dalla questura, quando i poliziotti cominciano a sparare, la struttura reagisce, anche i compagni sparano, i poliziotti cadono. Anatema! La manifestazione era pacifica. Essendo scaduta nella guerriglia spicciola, deve esserci stata una provocazione. Nulla può uscire dal quadro perfetto della nostra organizzazione ideologica in quanto questa non è “una parte” della realtà, ma è “tutta” la realtà. Al di là: la pazzia e la provocazione. Si distruggono alcuni supermarket, alcuni negozi, si saccheggiano magazzini di alimentari e armerie, si bruciano vetture di grossa cilindrata. E’ un attacco allo spettacolo mercantile, nelle sue forme più appariscenti. Le strutture emergenti si dispongono in quella direzione. Prendono forma improvvisamente, con un minimo indispensabile di orientamento strategico preventivo. Senza fronzoli, senza lunghe premesse analitiche, senza complesse teorie di sostegno. Attaccano. I compagni si identificano in queste strutture. Rigettano le organizzazioni dell’equilibrio del potere, dell’attesa, della morte. La loro azione è una critica concreta della posizione attendista e suicida di queste organizzazioni. Anatema! Deve esserci stata una provocazione. Ci si stacca dai moduli tradizionali del “fare” politica. Si incide fortemente e criticamente sul movimento stesso. Si usano le armi dell’ironia. Non nel chiuso dello studio di uno scrittore. Ma in massa, per le strade. Si coinvolgono nello stesso genere di difficoltà, non solo i servi dei padroni, quelli ormai riconosciuti a livello ufficiale, ma anche le guide rivoluzionarie del lontano e del recente passato. Si mette in crisi in crisi la struttura mentale del capetto e del leader del gruppo. Anatema! La critica è legittima solo contro i padroni , e secondo le regole fissate dalla tradizione storica della lotta di classe. Chi esce fuori del seminato è un provocatore. Ci si nausea delle riunioni, delle letture dei classici, delle inutili manifestazioni, delle discussioni teoriche che spaccano il cappello in quattro, delle distinzioni all’infinito, della monotonia e dello squallore di certe analisi politiche. A tutto ciò si preferisce far l’amore, fumare, ascoltare la musica, camminare, dormire, ridere, giocare, uccidere i poliziotti, spezzare le gambe ai giornalisti, giustiziare i magistrati, far saltare per aria le caserme dei carabinieri. Anatema! La lotta è legittima solo quando è comprensibile per i capi della rivoluzione. In caso contrario, essendoci il rischio che quest’ultimi si lascino scappare di mano la situazione, deve esserci stata una provocazione. Sbrigati compagno, spara subito sul poliziotto, sul magistrato, sul padrone, prima che una nuova polizia te lo impedisca. Sbrigati a dire di no prima che una nuova repressione ti convinca che il dire di no è insensato e pazzesco e che è giusto che accetti l’ospitalità dei manicomi. Sbrigati ad attaccare il capitale, prima che una nuova ideologia te lo renda sacro. Sbrigati a rifiutare il lavoro, prima che qualche nuovo sofista ti dica, ancora una volta, che “lavoro rende liberi”. Sbrigati a giocare. Sbrigati ad armarti.

Non ci sarà più Rivoluzione fin quando

i Cosacchi non discenderanno (Coeurderoy)

VIII

Il gioco all’interno della logica del capitale è anch’esso enigmatico e contraddittorio. Il capitale lo usa come uno dei componenti dello spettacolo mercantile. Qui, acquista un’ambiguità che da per se stesso non possiede. Una ambiguità che gli viene dalla struttura illusoria della produzione capitalista. Il gioco diventa, in questo modo, la sospensione della produzione, la parentesi di “tranquillità” nella vita di tutti i giorni. Esiste, così, una programmazione del gioco e una sua utilizzazione scenica. Fuori del dominio del capitale, il gioco è armoniosamente strutturato dal proprio stesso slancio creativo. Non è legato a questa o a quella rappresentazione voluta dalle forze della produzione, ma si sviluppa autonomamente. Solo in questa realtà il gioco è lieto, dà gioia. Non “sospende” la tristezza della lacerazione causata dallo sfruttamento, al contrario, la realizza fino in fondo, la rende compartecipe della realtà della vita, che, così, si contrappone a quegli accorgimenti posti in atto dalla realtà della morte anche attraverso il gioco per rendere meno triste la tristezza. I distruttori della realtà della morte, lottano contro il mitico regno dell’illusione capitalista, il regno che aspirando all’eternità si rotola nella polvere del contingente. La gioia della distruzione emerge dal gioco dell’azione distruttiva, dal riconoscimento della profonda tragedia che questa sottointende, dalla consapevolezza della forza dell’entusiasmo che riesce ad abbattere la ragnatela della morte. Non è una contrapposizione di orrore ad orrore, di tragedia a tragedia, di morte a morte. Ma una contrapposizione tra gioia e orrore, tra gioia e tragedia, tra gioia e morte. Uccidendo il poliziotto, non ci si veste della toga del giudice, affrettandosi a pulirla del sangue delle precedenti condanne. I tribunali e le sentenze sono sempre parte dello spettacolo del capitale, anche quando i rivoluzionari vi recitano la propria parte. Uccidendo un poliziotto, non si pesano le sue responsabilità, non si aritmetizza lo scontro di classe. Non ci si programma una visione del rapporto tra movimento rivoluzionario e sfruttatori. Si risponde, sul piano immediato, ad un’esigenza che si è venuta a strutturare all’interno del movimento rivoluzionario, un’esigenza che tutte le analisi e tutte le giustificazioni di questo mondo, da sole, non avrebbero mai potuto imporre. Questa esigenza è l’attacco del nemico, dello sfruttatore, dei suoi servi. Essa matura lentamente nelle strutture del movimento. Solo quando esce allo scoperto, il movimento passa dalla fase difensiva a quella dell’attacco. L’analisi e la giustificazione morale sono a monte del tutto, non si trovano a valle, davanti ai piedi di chi scende in piazza, pronte a farlo inciampare. Si trovano nella violenza sistematica che da secoli il capitale esercita sugli sfruttati. Ma non devono necessariamente venire alla luce in forma compiuta e pronta per l’uso. Questa pretesa è un’ulteriore forma delle nostre intenzioni razionalizzanti, del nostro sogno di imporre alla realtà un modello che non le si attaglia. Facciamoli discendere questi Cosacchi. Non sosteniamo il ruolo della reazione, un ruolo che non fa per noi. Non accettiamo l’equivoco invito del capitale. Invece di sparare sui nostri compagni e su noi stessi, è sempre meglio sparare sui poliziotti. Ci sono momenti nella storia, in cui la scienza esiste nella coscienza di chi si batte. In questi momenti non occorrono interpreti della verità. Questa emerge dalle cose. È la realtà delle lotte che produce la teoria del movimento. La nascita del mercato ha segnato la formazione del capitale, il passaggio dalla forma di produzione feudale a quella capitalista. L’entrata della produzione nella fase spettacolare ha reso necessaria l’estensione della forma mercantile a tutto ciò che esiste: amore, scienza, sentimenti, coscienza ecc. Lo spettacolo si è ingrandito enormemente. Questa seconda fase non costituisce come affermano i marxisti, una corruzione della prima fase. È una fase diversa. Il capitale si mangia tutto, perfino la rivoluzione. Se questa non rompe con lo schema della produzione, se pretende d’imporre una produzione alternativa, il capitale l’inghiotte all’interno dello spettacolo mercantile. Solo la lotta nella realtà dello scontro non può essere inghiottita. Alcune sue forme, cristallizzandosi in forme organizzative precise, possono venire inserite nello spettacolo. Ma quando rompono con il significato fondamentale che il capitale assegna alla produzione, questo inserimento è molto difficoltoso. Il discorso aritmetico e quello della vendetta non hanno senso all’interno della seconda fase. Se vengono ribaditi, si trasferiscono in un significato metaforico. Al gioco illusorio del capitale (spettacolo della merce) bisogna sostituire il gioco reale dell’attacco armato contro il capitale per la distruzione del fittizio e dello spettacolo.

Fallo da te.

“Manuale del bricoleur”

IX

È facile, puoi farlo da te. Da solo o con pochi compagni fidati. Non occorrono grandi mezzi. Nemmeno una grande preparazione tecnica. Il capitale è vulnerabile. Basta essere decisi a farlo. Un immensità di chiacchiere ci ha reso ottusi. Non è questione di paura. Non abbiamo paura, siamo solo stupidamente pieni di idee prefabbricate. Non riusciamo a liberarcene. L’uomo che è determinato al suo gesto non è l’uomo coraggioso. È l’uomo che ha chiarito le sue idee. Che si è reso conto dell’inutilità di tanti sforzi per recitare bene la propria parte nella rappresentazione assegnatagli dal capitale. Cosciente, quest’uomo attacca con freddezza e determinazione. E nel far ciò si realizza come uomo. Realizza se stesso nella gioia. Il regno della morte scompare davanti a lui. Anche se crea distruzione e terrore per i padroni, nel suo cuore, e nel cuore degli sfruttati, è la gioia e la tranquillità. Le organizzazioni rivoluzionarie stentano a comprendere tutto ciò. Impongono un modello che riproduce la simulazione della realtà produttiva. Il destino quantitativo impedisce loro ogni spostamento qualitativo sul piano dell’estetica della gioia. Anche l’attacco militare è vissuto, da queste organizzazioni in chiave quantitativa. Gli obiettivi sono fissati sulla base dello scontro frontale. Il capitale, in questo modo, controlla ogni emergenza. Può permettersi il lusso di accettare la contraddizione, di indicarne forme spettacolari contrapposte, di sfruttare gli effetti negativi sui produttori per costruire un allargamento dello spettacolo. Sul terreno quantitativo il capitale accetta lo scontro perchè conosce tutte le risposte. E’ esso stesso a produrre le risposte, a disporre del monopolio del codice. Al contrario, la gioia dell’atto rivoluzionario è contagiosa. Si estende a macchia d’odio. Il gioco produce il proprio significato sulla base dell’azione nella realtà. Ma questo senso non viene cristallizzato all’interno di un modello governato dall’alto. Si spezza in mille sensi, tutti produttivi e instabili. La connessione interna al gioco stesso si esaurisce nell’azione dell’attacco. Ma sopravvive il senso esterno, il significato che il gioco ha per coloro che ne restano tagliati fuori e che vogliono appropriarsene. Tra coloro che per primi accettano di giocare e quelli che “osservano” le conseguenze liberatorie del gioco sono essenziali al gioco stesso. Si struttura così la comunità della gioia. Una forma spontanea di entrare in contatto, fondamentale per la realizzazione del significato più profondo del gioco. Giocare è un fatto comunitario. Raramente si presenta come azione isolata. Spesso, quando così si struttura, si porta dietro gli elementi negativi della rimozione psicologica. Non è un accettazione positiva del gioco in quanto momento creativo di una realtà di lotta. È il senso comunitario del gioco che impedisce l’arbitrarietà nella scelta dei significati del gioco stesso. In assenza del rapporto comunitario, il singolo potrebbe imporre al gioco regole e significati suoi, incomprensibili per tutti gli altri, causando così la ritrasformazione del gioco in una sospensione temporanea delle conseguenze negative del suo problema individuale (problema del lavoro dell’alienazione, dello sfruttamento). Nell’accordo comunitario il significato del gioco si arricchisce attraverso il flusso delle azioni reciproche. La creatività riceve più spazio dalla fantasia liberata e verificata reciprocamente. Ogni invenzione, ogni nuova possibilità può essere vissuta collettivamente, senza modelli precostituiti, ed avere un’ influenza vitale anche nel suo semplice porsi come momento creativo, anche se dovesse trovare mille difficoltà per la propria realizzazione. Un’organizzazione rivoluzionaria tradizionale finisce per imporre i suoi tecnici. Non può evitare il pericolo tecnocratico. La grande importanza assegnata al momento strumentale dell’azione la condanna su questa strada. Una struttura rivoluzionaria che ricerca il momento della gioia nell’azione rivoluzionaria diretta a distruggere il potere, considera gli strumenti con cui realizzare questa distruzione, come strumenti, cioè come mezzi. Coloro che usano questi strumenti non devono diventarne schiavi. Come coloro che non sanno usarli non devono diventare gli schiavi di coloro che ne conoscono l’uso. La dittatura dello strumento è la peggiore delle dittature. L’arma più importante del rivoluzionario è la propria determinazione, la propria coscienza, la propria decisione di agire, la propria individualità. Le armi concrete sono strumenti e, in quanto tali vanno sottoposti continuamente ad una valutazione critica. Occorre sviluppare una critica delle armi. Abbiamo visto troppe sacralizzazioni del mitra, troppe sacralizzazioni dell’efficientisino militare. La lotta armata non è una faccenda che riguarda soltanto le armi. Queste non possono rappresentare, da sole, la dimensione rivoluzionaria. Ridurre la complessa realtà in una cosa singola è pericoloso. In effetti, il gioco ripresenta questo rischio, cioè quello di esaurire l’esperimento vitale nel giocattolo, rendendo quest’ultimo qualcosa di magico e assoluto. Non per nulla, nei simboli di molte organizzazioni rivoluzionarie combattenti compare il mitra. Occorre procedere oltre per meglio comprendere il senso profondo della lotta rivoluzionaria come gioia, per sfuggire alle illusioni e alle trappole di una ripresentazione dello spettacolo mercantile attraverso oggetti mitici o miticizzati. Nell’affrontare la lotta armata, il capitale compie l’ultimo sforzo. S’impegna sull’ultima frontiera. Per contrapporsi su di un terreno dove non si sente tanto sicuro, ha bisogno della collaborazione dell’opinione pubbica. Da qui lo scatenarsi di una guerra psicologica che impiega le armi più raffinate della propaganda moderna. In sostanza, il capitale, nella sua estensione fisica attuale, è vulnerabile da parte di una struttura rivoluzionaria che può decidere i tempi e i modi dell’attacco. Il capitale sa perfettamente questa debolezza e corre ai ripari. La polizia non gli basta. Nemmeno l’esercito. Ha bisogno di una vigilanza continua da parte della gente. Anche della più umile parte del proletariato. Per far ciò deve dividere il fronte di classe. Deve diffondere tra la povera gente, il mito della pericolosità delle organizzazioni armate, il mito della santità dello Stato, il mito della moralità, della legge e così via. Indirettamente, quindi, esso spinge l’organizzazione e i suoi militanti, ad assumere un ruolo. All’interno di un “ruolo” il giocare non ha più senso. Tutto diventa “serio”, quindi illusorio, quindi spettacolare e mercantile. La gioia si trasforma in “maschera”. La persona si anonimizza, vive nel ruolo, non è più in grado di distinguere tra realtà e apparenza. Per spezzare il cerchio magico della drammaturgia mercantile, bisogna rifiutare il ruolo, anche quello di ” rivoluzionario professionista “. La lotta armata deve sfuggire alla “caratterizzazione” di professionalità, alla divisione del lavoro che il modulo esterno della produzione capitalista intende imporle. “Fallo da te”. Non spezzare il contenuto globale del gioco con l’impoverimento che gli causa il ruolo. Difendi il tuo diritto di gioire della vita. Ostacola il progetto di morte del capitale. Questi può penetrare nel mondo della creatività del gioco soltanto a condizione di trasformare il giocante in giocatore, il vivente creatore nel morto che si illude di vivere. Se il “mondo del gioco” viene organizzato in forma centralizzata, non ha più senso parlare di gioco. proponendo il nostro discorso sulla “gioia armata”, dobbiamo anche prevedere la possibilità del capitale di riprendersi la proposta rivoluzionaria. E questo riprendersi può essere attuato attraverso la gestione esterna del mondo del gioco. Fissando il ruolo del giocatore, i ruoli della reciprocità della comunità del gioco, la mitologia del giocattolo. Spezzando i vincoli della centralizzazione, del partito militare, si ottiene il risultato di confondere le idee del capitale, le quali sono sintonizzate sul codice della produttività spettacolare del mercato quantitativo. In questo modo l’azione coordinata dalla gioia, diventa enigmatica per il capitale. E’ un niente, un qualcosa privo di scopo, che non ha realtà. E ciò perchè l’essere, lo scopo e la realtà del capitale sono illusori, mentre l’essere, lo scopo e la realtà della rivoluzione sono concretamente fissati. Al codice del bisogno produttivo, si sostituisce il codice del bisogno di comunismo. Le decisioni del singolo all’interno della comunità di gioco, hanno significatività alla luce di questo nuovo bisogno. I modelli del passato, quelli della morte, vengono scoperti nella loro mancanza di realtà, nella loro sostanza illusoria. La distruzione dei padroni è distruzione della merce, e la distruzione della merce è distruzione dei padroni.

Voli la civetta.

Proverbio ateniese.

X

“Voli la civetta”. Che le azioni mal cominciate arrivino a buon fine. Che la rivoluzione, tanto allontanata dai rivoluzionari, si realizzi al di là dei loro residui desideri di pace sociale. Il capitale darà l’ultima parola ai camici bianchi. Le prigioni non potranno durare a lungo. Vecchie fortezze del passato, di un passato che sopravvive solo nella fantasia esaltata di qualche reazionario in pensione, cadranno col cadere dell’ideologia che si basa sull’ortopedia sociale. Non ci saranno più condannati. La criminalizzazione, che il capitale attuerà nelle sue forme più razionali, passerà attraverso i manicomi. Rifiutare lo spettacolo, significa essere fuori della realtà, quando tutta la realtà è spettacolare. Rifiutare le regole imposte dal codice mercantile, significa essere pazzi. Non inchinarsi davanti al dio della merce, costerà l’entrata in manicomio. Qui la cura sarà radicale. Non più torture inquisitoriali e sangue sui muri: queste cose impressionano l’opinione pubblica, fanno intervenire i benpensanti borghesi, generano giustificazioni e riparazioni, causano perturbamenti nell’armonia spettacolare. L’annientamento totale della personalità considerato come unica cura radicale per le menti malate, non disturba nessuno. Finché l’uomo della strada si sentirà circondato dall’imperturbabile atmosfera dello spettacolo capitalista, avrà l’impressione che la porta del manicomio non si chiuderà mai alle sue spalle. Il mondo della follia gli sarà estraneo, anche se c’è sempre un manicomio disponibile a fianco di ogni fabbrica, davanti ad ogni scuola, dietro ogni campagna, nel mezzo di ogni quartiere popolare. Facciamo attenzione a non spianare la strada, con le nostre ottusità critiche, ai funzionari statali in camice bianco. Il capitale sta programmando il codice interpretativo da mettere in circolazione a livello di massa. In base a questo codice, l’opinione pubblica verrà adeguata a vedere negli attentatori all’ordine delle cose padronali, nei rivoluzionari, praticamente dei pazzi. Da qui la necessità di aprire loro le porte dei manicomi. Anche le carceri attuali, razionalizzandosi sul modello tedesco, si stanno trasformando, dapprima in carceri speciali per rivoluzionari, poi in carceri modello, poi in veri e propri lager per la manipolazione del cervello, poi in manicomi definitivi. Questo comportamento del capitale non è solo dettato dalla necessità di difendersi di fronte alle lotte degli sfruttati. È anche la sola risposta possibile sulla base della logica interna del codice della produzione mercantile. Il manicomio è per il capitale un luogo fisico in cui si interrompe la globalità della funzione spettacolare. Il carcere cerca disperatamente di arrivare a questa interruzione globale, ma non può riuscirci, perchè bloccato dalle pretese di fondo della sua ideologia ortopedica. Il “luogo” del manicomio, invece, non ha inizio e non ha fine, non possiede storia, non ha la mutabilità dello spettacolo. Esso è il luogo del silenzio. L’altro “luogo” del silenzio, il cimitero, ha, al contrario, la capacità di parlare, ad alta voce. I morti parlano. E i nostri morti parlano a voce altissima. I nostri morti possono essere pesanti, pesantissimi. Ecco perché il capitale cercherà di farne sempre di meno. Mentre, in corrispettivo, crescerà il numero degli “ospiti” nei manicomi. La “patria del socialismo”, in questo campo, ha molto da insegnare. Il manicomio è la razionalizzazione terapeutica più perfetta del tempo libero. La sospensione del lavoro senza traumi per la struttura mercantile. La mancata produttività senza negazione della produttività. Il pazzo può fare a meno di lavorare, e, nel suo non lavorare, riconferma la saggezza del lavoro, come contrario della pazzia. Quando diciamo: non è il momento dell’attacco armato contro lo Stato, spalanchiamo le porte del manicomio per i compagni che realizzano questo attacco; quando diciamo: non è il momento per la rivoluzione, stringiamo i legacci dei letti di contenzione; quando diciamo: queste azioni sono oggettivamente provocatorie indossiamo il camice bianco dei torturatori. Al tempo in cui era piccolo il numero degli oppositori la mitraglia funzionava bene. Dieci morti sono sopportabili. Trentamila, centomila, duecentomila, segnerebbero un punto fondamentale nella sloria, un riferimento rivoluzionario di tale abbagliante luminosità da perturbare a lungo la pacata armonicità dello spettacolo mercantile. Per altro, il capitale si è fatto più astuto. Il farmaco ha una neutralità che il proiettile non possiede. Ha l’alibi terapeutico. Che si getti in faccia al capitale il suo proprio statuto della pazzia. Che si capovolgano i termini della contrapposizione. La neutralizzazione dell’individuo è pratica costante dell’insieme mercificato del capitale. La società è tutta un immenso manicomio. L’appiattimento delle opinioni è processo terapeutico, è macchina di morte. La produzione non può verificarsi nella forma spettacolare del capitalismo, in assenza di questo appiattimento. E se il rifiuto di tutto ciò, l’accettazione della gioia di fronte alla scelta della morte, è segno di pazzia, è il caso che tutti comincino a comprendere la trappola che, al di sotto di tutto ciò, è pronta a scattare. Tutta la macchina della tradizione culturale dell’Occidente è una macchina di morte, una negazione della realtà, un regno del fittizio che ha accumulato ogni sorta di nefandezze e di soprusi, di sfruttamenti e di genocidi. Se il rifiuto di questa logica della produzione è condannato come follia, occorre spiegare la differenza tra follia e follia. La gioia si arma. Il suo attacco è il superamento dell’allucinazione mercantile, della macchina e della merce, della vendetta e della guida, del partito e della quantità. La sua lotta rompe la linea della logica del profitto, l’architettura del mercato, il significato programmato della vita, il documento finale dell’archivio. La sua dirompente esplosione ribalta l’ordine delle dipendenze, la nomenclatura del positivo e del negativo, il codice dell’illusione mercantile. Ma tutto questo deve potersi comunicare. Dal mondo della gioia a quello della morte il passaggio dei significati non è facile. I codici reciproci sono sfasati, finiscono per annullarsi a vicenda. Quello che nel mondo della gioia è considerato illusione, nel mondo della morte è la realtà, e viceversa. La stessa morte fisica, su cui tanto si piange nel mondo della morte, è meno mortale della morte che viene spacciata come vita. Da qui la grande facilità, per il capitale, di mistificare i messaggi della gioia. Anche i rivoluzionari, dall’interno della logica del quantitativo, non sono capaci di leggere fino in fondo, il senso delle esperienze della gioia. Qualche volta balbettano approcci insignificanti. Qualche altra volta si lasciano andare a condanne che non suonano poi molto diverse da quelle lanciate dal capitale. La nozione generale del significante, nello spettacolo mercantile, è la merce. L’elemento attivo di questa massa accumulata, è il lavoro. Al di là di questi elementi del quadro produttivo, non esistono segni che possano significare qualcosa di negativo e positivo nello stesso tempo. Esiste la possibilità di affermare il non-lavoro, ma non come negazione del lavoro, solo come sospensione per un certo periodo di tempo. Allo stesso modo esiste la possibilità di affermare la non-merce, cioè l’oggetto personalizzato, ma solo come reificazione del tempo libero, cioè di qualcosa che è prodotta come hobby, nei ritagli di tempo concessi dal ciclo produttivo. È chiaro che questi segni: non-lavoro e non-merce, sono funzionali, se intesi in questo modo, al modello generale della produzione. Solo chiarificando i significati della gioia e i corrispettivi significati della morte, come elementi di due mondi contrapposti che si lottano a vicenda, possiamo comunicare alcuni elementi delle azioni della gioia, senza, per altro, illuderci di poterli comunicare tutti. Chi comincia ad avere esperienza della gioia, anche in prospettive non direttamente inerenti all’attacco del capitale, è più disponibile a cogliere i significati dell’attacco, almeno più di coloro che restano legati ad una visione arretrata dello scontro, una visione basata sull’illusione quantitativa. In questo modo, è ancora possibile che si alzi in volo la civetta.

Avanti tutti!

E con le braccia e il cuore,

la parola e la penna,

il pugnale e il fucile,

l’ironia e la bestemmia,

il furto, l’avvelenamento e l’incendio,

Facciamo…. la guerra alla società!.. (Déjacque)

XI

Mettiamo da parte le attese, le titubanze, i sogni di pace sociale, i piccoli compromessi, le ingenuità. Tutto il ciarpame metaforico che ci viene fornito negli spacci del capitale. Mettiamo da parte le grandi analisi che tutto spiegano, fin nei minimi particolari. I libroni pieni di senno e di paura. Mettiamo da parte l’illusione democratica e borghese della discussione e del dialogo, del dibattito e dell’assemblea, delle capacità illuministiche dei capi mafia. Mettiamo da parte il senno e la saggezza che la morale borghese del lavoro ha scavato dentro i nostri cuori. Mettiamo da parte i secoli di cristianesimo che ci hanno educati al sacrificio e all’obbedienza. Mettiamo da parte i preti di ogni ordine e funzione, i padroni, le guide rivoluzionarie, quelle meno rivoluzionarie e quelle per niente rivoluzionarie. Mettiamo da parte il numero, le illusioni del quantitativo, le leggi del mercato, la domanda e l’offerta. Sediamoci un attimo sulle rovine della nostra storia di perseguitati e riflettiamo. Il mondo non ci appartiene, se ha un padrone e questo padrone è tanto stupido da desiderarlo, così come si trova, che se lo prenda, che cominci a contare le rovine al posto dei palazzi, i cimiteri al posto delle città, il fango a posto dei fiumi, la melma infetta al posto dei mari. Il più grande spettacolo illusionistico del mondo non ci incanta più. Siamo certi che dalla nostra lotta, qui e subito, usciranno le comunità della gioia. E per la prima volta, la vita trionferà sulla morte.