{"id":182,"date":"2011-02-08T13:25:43","date_gmt":"2011-02-08T12:25:43","guid":{"rendered":"http:\/\/yasamaevet.noblogs.org\/?p=182"},"modified":"2011-02-08T14:13:21","modified_gmt":"2011-02-08T13:13:21","slug":"la-gioia-armata-alfredo-m-bonanno","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/yasamaevet.noblogs.org\/?p=182","title":{"rendered":"La gioia armata &#8211; Alfredo M. Bonanno (1)"},"content":{"rendered":"<p><span style=\"font-family: Verdana\"><span style=\"font-size: x-small\"><em><a href=\"https:\/\/yasamaevet.noblogs.org\/files\/2011\/02\/incognito.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-medium wp-image-183\" src=\"https:\/\/yasamaevet.noblogs.org\/files\/2011\/02\/incognito-267x300.jpg\" alt=\"\" width=\"267\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/yasamaevet.noblogs.org\/files\/2011\/02\/incognito-267x300.jpg 267w, https:\/\/yasamaevet.noblogs.org\/files\/2011\/02\/incognito.jpg 372w\" sizes=\"auto, (max-width: 267px) 100vw, 267px\" \/><\/a>(A Parigi, nel 1848, la rivoluzione)<\/em><\/span><\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Verdana\"><span style=\"font-size: x-small\"><em>fu una vacanza senza principio e senza fine (Bakunin)<!--more--><\/em><\/span><\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Verdana\"><span style=\"font-size: x-small\"><strong>I <\/strong><\/span><\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Verdana\"><span style=\"font-size: x-small\">Ma perch\u00e9 questi benedetti ragazzi sparano alle gambe di Montanelli? Non sarebbe stato meglio sparargli in bocca? Certo che sarebbe stato meglio. Ma sarebbe stato anche pi\u00f9 pesante. Pi\u00f9 vendicativo e pi\u00f9 cupo. Azzoppare una bestia come quella pu\u00f2 anche avere un lato pi\u00f9 profondo e significativo, oltre quello della vendetta, della punizione per le responsabilit\u00e0 di Montanelli, fascista e servo dei padroni. Azzopparlo significa costringerlo a claudicare, farglielo ricordare. E poi, \u00e8 un divertimento pi\u00f9 gradevole di sparargli in bocca, col cervello che gli schizza fuori dagli occhi. Il compagno che ogni mattina si alza per andare a lavorare, che s&#8217;incammina nella nebbia, che entra nell&#8217;atmosfera irrespirabile della fabbrica o dell&#8217;ufficio, per ritrovarvi le stesse facce: la faccia del capo reparto, del conta-tempi, della spia di turno, dello stacanovista-con-sette-figli-a-carico; questo compagno sente la necessit\u00e0 della rivoluzione, della lotta e dello scontro fisico, anche mortale, ma sente pure che tutto ci\u00f2 gli deve apportare un poco di gioia, subito, non dopo. E questa gioia se la coltiva nelle sue fantasie, mentre cammina a testa bassa nella nebbia, mentre passa ore nei treni o nei tram, mentre soffoca sotto le pratiche inutili dell&#8217;ufficio o davanti agli inutili bulloni che servono a tenere insieme gli inutili meccanismi del capitale. La gioia retribuita, quella che il padrone gli paga settimanalmente (vacanza domenicale) o annualmente (ferie), \u00e8 come fare l&#8217;amore a pagamento. Si, l&#8217;aspetto esteriore \u00e8 uguale, ma qualcosa manca. Cento discorsi si affastellano nei libri, negli opuscoli, nei giornali rivoluzionari. Bisogna far questo, bisogna far quest&#8217;altro, bisogna vedere le cose cos\u00ec, bisogna vederle come dice il tizio, come dice il caio, perch\u00e9 tizio e caio sono i veri interpreti dei tizi e caii del passato, quelli con le lettere maiuscole, che riempiono gli asfissianti volumi dei classici. Anche questi bisogna tenere a portata di mano. Fa parte della liturgia, il non averli \u00e8 segno negativo, desta sospetti. Va bene che tenerli sotto mano pu\u00f2 essere utile, essendo volumi ponderosi (cio\u00e8 pesanti) possono essere usati per gettarli in faccia a qualche rompiscatole. Utilizzazione non nuova ma sempre gradevole della validit\u00e0 rivoluzionaria delle tesi del passato (e del presente). Mai discorsi sulla gioia in quei volumi. L&#8217;austerit\u00e0 del chiostro non ha nulla da invidiare all&#8217;atmosfera che si respira in quelle pagine. I loro autori, sacerdoti della rivoluzione della vendetta e del castigo, passano le giornate a pesare e contabilizzare colpe e pene. D&#8217;altro canto, queste vestali in bleu jeans hanno fatto giuramento di castit\u00e0, quindi pretendono e impongono. Vogliono essere retribuiti per sacrifici che hanno fatto. Per primo hanno abbandonato l&#8217;ovattato ambiente della loro classe di origine, poi hanno <em>messo <\/em>le loro capacit\u00e0 al servizio dei diseredati, poi si sono accostumati a parlare un linguaggio non proprio e a sopportare tovaglie sporche e letti disfatti. Quindi, che li si ascolti, almeno. Sognano rivoluzioni ordinate, principi in bell&#8217;ordine, anarchia senza turbolenze. Quando la realt\u00e0 prende una piega diversa, gridano subito alla provocazione e strillano fino a farsi sentire dalla polizia. I rivoluzionari sono gente pia. La rivoluzione no. <\/span><\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Verdana\"><span style=\"font-size: x-small\"><em>Io chiamo un gatto un gatto <\/em><\/span><\/span>(<span style=\"font-family: Verdana\"><span style=\"font-size: x-small\"><em>Boileau)<\/em><\/span><\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Verdana\"><span style=\"font-size: x-small\"><strong>II<\/strong><\/span><\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Verdana\"><span style=\"font-size: x-small\">Siamo tutti presi dal problema rivoluzionario di come e di cosa produrre, ma nessuno parla del produrre in quanto problema rivoluzionario. Se la produzione \u00e8 la base dello sfruttamento attuato dal capitale, cambiare modo di produzione significa cambiare modo di sfruttamento, non significa eliminare lo sfruttamento. Un gatto, anche tingendolo di rosso, \u00e8 sempre un gatto. Il produttore \u00e8 sacro. Non si tocca. Che si santifichi, piuttosto, anche il suo sacrificio, in nome della rivoluzione, e il gioco \u00e8 fatto. E che cosa mangeremo? si domandano i pi\u00f9 preoccupati. Pane e spago, rispondono i realisti semplificatori, con un occhio alla marmitta e l&#8217;altro al fucile. Idee, rispondono gli idealisti pasticcioni, con un occhio al libro dei sogni e l&#8217;altro al genere umano. Chi tocca la produttivit\u00e0 muore. Il capitalismo e coloro che lo combattono siedono insieme sul cadavere del produttore, purch\u00e9 il mondo della produzione continui. La critica dell&#8217;economia politica \u00e8 una razionalizzazione del modo di produrre col minimo sforzo (di coloro che godono dei benefici della produzione). Gli altri, quelli che subiscono lo sfruttamento, devono badare a non far mancare niente. In caso contrario, come si vivrebbe? Il figlio delle tenebre, uscendo alla luce, non vede nulla come quando brancolava nel buio. La gioia lo accieca. Lo uccide. Allora la chiama allucinazione, e la condanna. I borghesi, panciuti e frolli, godono nel loro opulento far niente. Godere \u00e8, pertanto, peccaminoso. Significa condividere gli stimoli della borghesia, tradire quelli del proletariato produttore. Non \u00e8 vero. I borghesi si danno una gran pena per mantenere vivo il processo di sfruttamento. Anche loro sono stressati e non trovano un momento per la gioia. Le loro crociere sono occasioni per nuovi progetti d&#8217;investimento. Le loro amanti sono quinte colonne per l&#8217;informazione nel campo del concorrente. Il dio della produttivit\u00e0 uccide anche i suoi umili servitori. Stacchiamogli la testa, ne uscir\u00e0 un diluvio d&#8217;immondizie. Il misero affamato, guardando il ricco circondato dalla sua servit\u00f9, cova sentimenti di vendetta. La distruzione del nemico prima di tutto. Ma che si salvi il bottino. La ricchezza non deve essere distrutta, ma utilizzata. Non importa che cosa essa costituisca, che veste assuma, quali prospettive d&#8217;impiego consenta. Quello che conta \u00e8 strapparla all&#8217;attuale detentore per disporne liberamente tutti.<\/span><\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Verdana\"><span style=\"font-size: x-small\">Tutti? Certamente, tutti.<\/span><\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Verdana\"><span style=\"font-size: x-small\">E come avverr\u00e0 il passaggio?<\/span><\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Verdana\"><span style=\"font-size: x-small\">Con la violenza rivoluzionaria.<\/span><\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Verdana\"><span style=\"font-size: x-small\">Bella risposta. Ma, in concreto, che cosa faremo, dopo aver tagliato tante teste fino ad averne a noia? Cosa faremo quando non si trover\u00e0 un proprietario nemmeno a cercarlo con la lanterna?<\/span><\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Verdana\"><span style=\"font-size: x-small\">Allora sar\u00e0 il regno della rivoluzione. A ciascuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo le sue possibilit\u00e0.<\/span><\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Verdana\"><span style=\"font-size: x-small\">Attento compagno. Qui c&#8217;\u00e8 odore di contabilit\u00e0. Si parla di consumo e di produzione. Si resta all&#8217;interno della dimensione della produttivit\u00e0. Nell&#8217;aritmetica ci si sente sicuri. Due pi\u00f9 due fanno quattro. Nessuno potr\u00e0 mai smentire questa &#8220;verit\u00e0&#8221;. I numeri governano il mondo. Se lo hanno fatto da sempre, perch\u00e9 non dovrebbero farlo per sempre? Abbiamo bisogno tutti di cose solide, dure. Pietre su cui costruire un muro contro gli stimoli preoccupanti che ci salgono alla gola. Abbiamo bisogno tutti di oggettivit\u00e0. Il padrone giura sul suo portafoglio, il contadino sulla sua vanga, il rivoluzionario sul suo fucile. Aprite uno spiraglio critico e tutta l&#8217;impalcatura oggettiva crolla. L&#8217;esterno quotidiano, nella sua pesantezza oggettiva, ci condiziona e ci riproduce. Siamo figli della banalit\u00e0 quotidiana. Anche quando parliamo di &#8220;cose importanti&#8221;, come la rivoluzione, abbiamo sempre gli occhi fissi sul calendario. Il padrone ha paura della rivoluzione perch\u00e9 gli toglierebbe il portafoglio, il contadino far\u00e0 la rivoluzione per avere la terra, il rivoluzionario per verificare la sua teoria. Posto in questi ternimi il problema, tra portafoglio, terra e teoria rivoluzionaria, non c&#8217;\u00e8 diflerenza. Tutti questi oggetti sono puramente immaginari, sono lo specchio delle illusioni umane.<\/span><\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Verdana\"><span style=\"font-size: x-small\">Solo la lotta \u00e8 reale.<\/span><\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Verdana\"><span style=\"font-size: x-small\">Discrimina il padrone dal contadino e stabilisce l&#8217;alleanza tra contadino e rivoluzionario. Le forme organizzative della produzione degli oggetti sono i veicoli ideologici che coprono la sostanziale illusione dell&#8217;identit\u00e0 del singolo. Questa identit\u00e0 viene proiettata nell&#8217;immaginazione economica del valore. Un codice ne stabilisce l&#8217;interpretazione. Alcuni elementi di questo codice sono in mano ai padroni. Ce ne siamo accorti con il consumismo. Anche la tecnologia della guerra psicologica e della repressione totale, sono elementi di una interpretazione dell&#8217;essere uomini a condizione che si \u00e8 produttori. Altri elementi del codice sono disponibili per un uso modificativo. Non rivoluzionario, ma semplicemente modificativo. Pensiamo, ad esempio, al consumismo sociale che si sostituir\u00e0 al consumismo signorile degli ultimi anni. Ma ne esistono ancora altri. Pi\u00f9 raffinati. Il controllo autogestionario della produzione \u00e8 un altro elemento del codice dello sfruttamento. E cos\u00ec via. Se a qualcuno viene in mente di organizzarmi la vita, questo qualcuno non potr\u00e0 essere mai mio compagno. Se giustifica il suo modo di fare con la scusa che bisogna pure che ci sia qualcuno che &#8220;produca&#8221;, altrimenti tutti perderemmo la nostra identit\u00e0 di uomini, lasciandoci sopraffare dalla &#8220;natura selvaggia e incolta&#8221;, risponderemo che il rapporto natura-uomo \u00e8 un&#8217;illusione della borghesia marxista illuminata. Perch\u00e9 mai si \u00e8 voluto cambiare una spada in un forcone? Perch\u00e9 l&#8217;uomo si deve sempre preoccupare di distinguersi dalla natura?<\/span><\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Verdana\"><span style=\"font-size: x-small\"><em>Gli uomini, se non giungono a ci\u00f2<\/em><\/span><\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Verdana\"><span style=\"font-size: x-small\"><em>che \u00e8 necessario, si affaticano per<\/em><\/span><\/span><\/p>\n<p><em><span style=\"font-family: Verdana\"><span style=\"font-size: x-small\">ci\u00f2 che \u00e8 inutile (Goethe)<\/span><\/span><\/em><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Verdana\"><span style=\"font-size: x-small\"><strong>III<\/strong><\/span><\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Verdana\"><span style=\"font-size: x-small\">L&#8217;uomo ha bisogno di molte cose. Generalmente questa affermazione si interpreta nel senso che l&#8217;uomo ha dei bisogni, e che \u00e8 obbligato a soddisfarli. Si ha, in questo modo, la trasformazione dell&#8217;uomo, da un&#8217;unit\u00e0 ben precisa storicamente, in una dualit\u00e0 (mezzo e fine nello stesso tempo). Infatti, egli si realizza nella soddisfazione dei suoi bisogni (cio\u00e8 nel lavoro) ed \u00e8, quindi, lo strumento della propria realizzazione. Ognuno vede quanta mitologia si nasconde sotto queste affermazioni. Se l&#8217;uomo non si differenzia dalla natura senza il lavoro, come pu\u00f2 realizzare se stesso nella soddisfazione dei suoi bisogni? Per far ci\u00f2 dovrebbe essere di gi\u00e0 uomo, quindi dovrebbe aver realizzato i suoi bisogni, quindi non dovrebbe aver bisogno di lavorare. La merce costruisce da se stessa la profonda utilit\u00e0 del simbolo. Diventa, cos\u00ec, punto di riferimento, unit\u00e0 di misura, valore di scambio. Lo spettacolo inizia. I ruoli vengono assegnati. Si riproducono. All&#8217;infinito. Senza modificazioni degne di nota, gli attori s&#8217;impegnano nella recitazione. La soddisfazione del bisogno diventa un effetto riflesso, marginale. La cosa pi\u00f9 importante \u00e8 la trasformazione dell&#8217;uomo in &#8220;cosa&#8221;, e con l&#8217;uomo tutto il resto. La natura diventa &#8220;cosa&#8221;. Utilizzata si corrompe e corrompe gli istinti vitali dell&#8217;uomo. Tra la natura e l&#8217;uomo si aprono larghi spazi, che occorre riempire. A questo provvede la stessa espansione del mercato mercantile. Lo spettacolo si allarga al punto da mangiare se stesso e la propria contraddizione. Platea e palcoscenico entrano in una stessa dimensione e si ripropongono per un livello superiore, pi\u00f9 ampio, di riproduzione dello spettacolo stesso, e cos\u00ec all&#8217;infinito. Chi sfugge al codice mercantile non riceve la sua oggettivazione e cade &#8220;fuori&#8221; della sede reale dello spettacolo. Qui viene segnato a dito. Circondato dal filo spinato. Se non accetta la proposta di inglobamento, se rifiuta un nuovo livello di codificazione, lo si criminalizza. La sua &#8220;follia&#8221; \u00e8 evidente. Non \u00e8 consentito rifiutare l&#8217;illusorio in un mondo che ha fondato la realt\u00e0 sull&#8217;illusione e la concretezza sul fittizio. Il capitale gestisce lo spettacolo sulla base della legge dell&#8217;accumulazione. Ma nessuna cosa pu\u00f2 essere accumulata indefinitivamente. Nemmeno il capitale. Un processo quantitativo assoluto \u00e8 un&#8217;illusione, un&#8217;illusione quantitativa. Ci\u00f2 \u00e8 stato compreso perfettamente dai padroni. Lo sfruttamento assume forme e modelli ideologici diversi proprio per garantire, in modo qualitativamente diverso, quell&#8217;accumulazione che non poteva continuare all&#8217;infinito sotto l&#8217;aspetto quantitativo. Che tutto l&#8217;insieme rientri nel paradossale e neIl&#8217;illusorio, al capitale non importa molto, perch\u00e8 \u00e8 esso che tiene le redini e fissa le regole. Se deve vendere l&#8217;illusione per realt\u00e0, e questo gli procura quattrini, tanto vale continuare a venderla e non porsi troppi problemi. Sono gli sfruttati che pagano il conto. \u00c8 quindi loro compito accorgersi dell&#8217;illusione e preoccuparsi di individuare la realt\u00e0. Per il capitale le cose vanno bene come vanno, anche se sono fondate sul pi\u00f9 grande spettacolo illusionistico del mondo. Gli sfruttati hanno quasi nostalgia di questa illusione. Hanno fatto il callo alle catene e ci si sono affezionati. Sognano qualche volta affascinanti sollevamenti e bagni di sangue, ma si lasciano abbagliare dalle parole delle nuove guide politiche. Il partito rivoluzionario allarga la prospettiva illusoria del capitale ad orizzonti che quest&#8217;ultimo, da solo, non potrebbe mai raggiungere.<\/span><\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Verdana\"><span style=\"font-size: x-small\">\u00c8 ancora l&#8217;illusione quantitativa a far strage.<\/span><\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Verdana\"><span style=\"font-size: x-small\">Gli sfruttati si arruolano, si contano, si assommano, ferocissimi slogan fanno sobbalzare il cuore nel petto dei borghesi. Quanto pi\u00f9 alto \u00e8 il numero di coloro che si contano, tanto pi\u00f9 grandi diventano la tracotanza e le pretese delle guide. Quest&#8217;ultime fanno programmi di conquista. Il nuovo potere si dispone sulle spoglie del vecchio. L&#8217;anima di Bonaparte sorride soddisfatta. Certo, profonde modificazioni nel codice delle illusioni vengono programmate. Ma tutto deve sottostare al segno dell&#8217;accumulazione quantitativa. Crescono le forze militanti, devono crescere le pretese della rivoluzione. Allo stesso modo deve crescere il tasso del profitto sociale, che si viene a sostituire al profitto privato. Il capitale entra, in questo modo, in una nuova fase illusoria e spettacolare. I vecchi bisogni incalzano sotto nuove etichette. Il dio della produttivit\u00e0 continua a dominare senza rivali. Contarsi \u00e8 bello. Ci fa credere forti. I sindacati si contano. I partiti si contano. I padroni si contano. Contiamoci anche noi. Girotondo. E quando abbiamo finito di contarci, cerchiamo di far restare le cose come prima. E se la modificazione \u00e8 proprio necessaria, facciamola senza disturbare nessuno. I fantasmi si lasciano penetrare facilmente. La politica si riscopre periodicamente. Spesso il capitale trova soluzioni geniali. Allora la pace sociale cade sulle nostre teste. Un silenzio da cimitero. L&#8217;illusione si generalizza ad un grado tale che lo spettacolo assorbe quasi tutte le forze disponibili. Tutto tace. Poi si riscoprono i difetti e la monotonia della messa in scena. Il sipario si alza su situazioni impreviste. La macchina capitalistica accusa i colpi. Allora, riscopriamo l&#8217;impegno rivoluzionario. E&#8217; accaduto nel sessantotto. Tutti con gli occhi fuori dalle orbite. Tutti ferocissimi. Ciclostilate da morirci sopra. Montagne di volantini e opuscoli e giornali e libri. Le vecchie sfumature ideologiche messe in colonna come tanti soldatini. Anche gli anarchici riscoprivano se stessi. E lo facevano storicamente, secondo le esigenze del momento. Ottusi tutti. Ottusi anche gli anarchici. Quando qualcuno si svegliava dal sonno spettacolare e, guardandosi attorno, cercava spazio e aria da respirare, e vedendo gli anarchici diceva a se stesso: finalmente! ecco con chi voglio stare. Subito dopo si accorgeva della stupidaggine. Nemmeno in quella direzione le cose andavano come sarebbero dovute andare. Anche l\u00e0: ottusit\u00e0 e spettacolo. E questo qualcuno fuggiva. Si richiudeva in se stesso. Si smontava. Accettava il gioco del capitale. E se non lo accettava veniva messo al bando, da tutti, anche dagli anarchici. La macchina del sessantotto ha<sub> <\/sub>prodotto i migliori funzionari del nuovo Stato tecnoburocratico. Ma ha anche prodotto degli anticorpi. I processi dell&#8217;illusione quantitativa sono diventati visibili. Da un lato, hanno ricevuto una nuova linfa, per costruire una nuova visione dello spettacolo mercantile, dall&#8217;altro, hanno subito delle incrinature. L&#8217;inutilit\u00e0 dello scontro sul piano della produttivit\u00e0 \u00e8 diventata palese. Impadronitevi delle fabbriche, delle campagne, delle scuole, dei quartieri e autogestiteli, dicevano i vecchi rivoluzionari anarchici. Abbattiamo il potere sotto tutti i suoi aspetti, aggiungevano subito dopo. Ma non penetravano pi\u00f9 a fondo, non mostravano la vera realt\u00e0 della piaga. Pur sapendone la gravit\u00e0 e l&#8217;estensione preferivano nasconderla, sperando nella spontaneit\u00e0 creatrice della rivoluzione. Solo che volevano attendere i risultati di questa spontaneit\u00e0 con le mani sui mezzi di produzione. Qualsiasi cosa accade, quale che sia la forma creativa che prender\u00e0 la rivoluzione, dobbiamo avere i mezzi di produzione in nostro possesso, essi affermavano. Altrimenti il nemico ci sconfigger\u00e0 sul piano della produzione. E per far ci\u00f2 si adattavano a compromessi di ogni tipo. Per non allontanarsi troppo dalla stanza delle decisioni spettacolari, finivano per costruire un&#8217;altra forma di spettacolo alcune volte altrettanto macabro. L&#8217;illusione spettacolare ha le sue regole. Chi vuole gestirla deve sottoporsi a queste regole. Deve conoscerle, imporle e giurarci sopra. La regola prima \u00e8 che la produzione condiziona tutto. Chi non produce non \u00e8 un uomo, la rivoluzione non \u00e8 per lui. Perch\u00e9 dovremmo tollerare i parassiti? Non dovremmo forse lavorare al loro posto? Non dovremmo assicurare anche la loro sopravvivenza? E inoltre: tutta questa gente senza idee chiare e con la pretesa di voler fare di testa loro, non risultano &#8220;oggettivamente&#8221; funzionali alla controrivoluzione? Quindi, tanto vale attaccarli fin d&#8217;ora. Si sappia chi sono i nostri alleati e con chi vogliamo stare. Se dobbiamo far paura facciamola tutti insieme, inquadrati in perfetto ordine, e che nessuno metta i piedi sulla tavola o si cali le brache. Organizziamo le nostre strutture specifiche. Formiamo militanti che conoscano perfettamente le tecniche della lotta nei settori della produzione. La rivoluzione la faranno soltanto i produttori, e noi saremo l\u00e0 per impedire loro di fare fesserie.<\/span><\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Verdana\"><span style=\"font-size: x-small\">No. Tutto ci\u00f2 \u00e8 sbagliato. In che modo potremo impedire loro di fare fesserie? Sul piano dello spettacolo illusorio dell&#8217;organizzazione ci sono tromboni molto pi\u00f9 grossi di noi. Ed hanno fiato da sprecare. Lotta sul posto del lavoro. Lotta per la difesa del lavoro. Lotta per la produzione. Quando romperemo il cerchio? Quando finiremo di mangiarci la coda?<\/span><\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Verdana\"><span style=\"font-size: x-small\"><em>L&#8217;uomo deforme trova sempre degli<\/em><\/span><\/span><\/p>\n<p><em><span style=\"font-family: Verdana\"><span style=\"font-size: x-small\">specchi che lo rendono bello (Sade)<\/span><\/span><\/em><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Verdana\"><span style=\"font-size: x-small\"><strong>IV<\/strong><\/span><\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Verdana\"><span style=\"font-size: x-small\">Che follia l&#8217;amore per il lavoro!<\/span><\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Verdana\"><span style=\"font-size: x-small\">Che grande abilit\u00e0 scenica quella del capitale che ha saputo fare amare lo sfruttamento agli sfruttati, la corda agli impiccati e la catena agli schiavi. Questa idealizzazione del lavoro ha ucciso, fino ad oggi, la rivoluzione. Il movimento degli sfruttati \u00e8 stato corrotto tramite l&#8217;immissione della morale borghese della produzione, cio\u00e8 di qualcosa che non \u00e8 solo estranea al movimento, ma gli \u00e8 anche contraria. Non \u00e8 un caso che la parte a corrompersi per prima sia stata quella sindacale, proprio perch\u00e8 pi\u00f9 vicina alla gestione dello spettacolo produttivo. All&#8217;etica produttiva bisogna contrapporre l&#8217;estetica del non lavoro. Alla soddisfazione dei bisogni spettacolari, imposti dalla societ\u00e0 mercantile, bisogna contrapporre la soddisfazione dei bisogni naturali dell&#8217;uomo, rivalutati alla luce del bisogno primario ed essenziale: il bisogno di comunismo. La valutazione quantitativa della pressione che i bisogni <em>esercitano <\/em>sull&#8217;uomo, risulta, in questo modo, capovolta. Il bisogno di comunismo trasforma gli altri bisogni e la loro pressione sull&#8217;uomo. La miseria dell&#8217;uomo, oggetto di sfruttamento, \u00e8 stata vista come la base del futuro riscatto. Il cristianesimo e i movimenti rivoluzionari si danno la mano attraverso la storia. Bisogna soffrire per conquistare il paradiso o per acquisire la coscienza di classe che porter\u00e0 alla rivoluzione. Senza l&#8217;etica del lavoro, la nozione marxista di &#8220;proletariato&#8221; non avrebbe senso. Ma l&#8217;etica del lavoro \u00e8 un prodotto del razionalismo borghese, lo stesso prodotto che ha consentito la conquista del potere da parte della borghesia. Il corporativismo risorge attraverso le maglie dell&#8217;internazionalismo proletario. Ognuno lotta all&#8217;interno del proprio settore. Al massimo stabilisce contatti (attraverso i sindacati) con i settori similari degli altri paesi. Alla monoliticit\u00e0 delle multinazionali si contrappone la monoliticit\u00e0 delle centrali sindacali internazionali. Facciamo la rivoluzione, ma salviamo la macchina, lo strumento di lavoro, l&#8217;oggetto mitico che riproduce la virt\u00f9 storica della borghesia, diventata adesso patrimonio del proletariato. L&#8217;erede dei destini della rivoluzione \u00e8 il soggetto destinato a diventare consumatore ed attore principale dello spettacolo futuro del capitale. La classe rivoluzionaria, idealizzata a livello di destinataria delle sorti dello scontro di classe, svanisce nell&#8217;idealismo della produzione. Quando gli sfruttati vengono rinchiusi all&#8217;interno di una classe, si sono gi\u00e0 confermati tutti gli elementi dell&#8217;illusione spettacolare, gli stessi della classe borghese. Per sfuggire al progetto globalizzante del capitale, gli sfruttati hanno solo la strada che passa per il rifiuto del lavoro, della produzione, dell&#8217;economia politica. Ma il rifiuto del lavoro non deve essere confuso con la &#8220;mancanza di lavoro&#8221; in una societ\u00e0 basata sul lavoro. L&#8217;emarginato cerca lavoro. Non lo trova. \u00c8 spinto verso la ghettizzazione. E&#8217; criminalizzato. Tutto ci\u00f2 rientra nella gestione complessiva dello spettacolo produttivo. Occorrono al capitale, sia i produttori sia i non garantiti. Solo che l&#8217;equilibrio \u00e8 instabile. Le contraddizioni esplodono e procurano crisi di vario tipo, all&#8217;interno delle quali si gestisce l&#8217;intervento rivoluzionario. Quindi, il rifiuto del lavoro, la distruzione del lavoro, \u00e8 l&#8217;affermazione del bisogno del non-lavoro. L&#8217;affermazione che l&#8217;uomo pu\u00f2 autoprodursi e autoggettivarsi attraverso il non-lavoro, attraverso le sollecitazioni di vario genere che il bisogno dei non-lavoro gli procura. Vedendo il concetto di distruzione del lavoro dal punto di vista dell&#8217;etica del lavoro, si resta interdetti. Ma come? Tanta gente cerca lavoro, \u00e8 disoccupata, e si parla di &#8220;distruzione del lavoro&#8221; ? Il fantasma luddista emerge a spaventare i rivoluzionari-che-si-sono-letti-tutti-i-classici. Lo schema dell&#8217;attacco frontale e quantitativo alle forze del capitale deve restare identico. Non importano i fallimenti e le sofferenze del passato, non importano le vergogne e i tradimenti. Ancora avanti, sostenuti dalla fede in in giorno migliore, ancora avanti! Per spaventare i proletari, e spingerli nell&#8217;atmosfera stagnante delle organizzazioni di classe (partiti, sindacati e movimenti reggicoda), basta far vedere in che cosa annega oggi il concetto di &#8220;tempo libero&#8221;, di sospensione del lavoro. Lo spettacolo delle organizzazioni burocratiche del tempo libero \u00e8 fatto apposta per deprimere le immaginazioni pi\u00f9 fertili. Ma questo modo d&#8217;agire non \u00e8 altro che copertura ideologica, uno degli strumenti della guerra totale che costituisce la base dello spettacolo complessivo. E&#8217; il bisogno di comunismo che trasforma tutto. Attraverso il bisogno di comunismo il bisogno del non-lavoro passa dal momento negativo (contrapposizione al lavoro), al momento positivo: disponibilit\u00e0 completa dell&#8217;individuo davanti a se stesso, possibilit\u00e0 totale di esprimersi liberamente, rottura di tutti gli schemi, anche di quelli considerati fondamentali e ineliminabili, come lo schema della produzione. Ma i rivoluzionari sono uomini ligi ed hanno paura di rompere tutti gli schemi, compreso quello della rivoluzione, se questo &#8211; in quanto schema &#8211; costituisce un ostacolo alla piena realizzazione di quanto il concetto promette. Hanno paura di trovarsi senz&#8217;arte n\u00e8 parte. Avete mai conosciuto un rivoluzionario senza un progetto rivoluzionario? Un progetto ben definito e chiaramente esposto alle masse? Che razza di rivoluzionario \u00e8 colui il quale pretende di distruggere lo schema, l&#8217;involucro, il fondamento della rivoluzione? Colpendo i concetti di quantificazione, di classe, di progetto, di schema, di missione storica, ed altre simili anticaglie, si corre il rischio di non avere nulla da fare, di essere obbligati ad agire, nella realt\u00e0, modestamente, come tutti gli altri, come milioni di altri, che la rivoluzione la costruiscono giorno per giorno, senza attendere il segno di una fatale scadenza. E per fare questo ci vuole coraggio. Con gli schemi e i giochetti quantitativi si \u00e8 nel fittizio, cio\u00e8 nel progetto illusorio della rivoluzione, ampliamento dello spettacolo del capitale; con l&#8217;abolizione dell&#8217;etica produttiva si entra direttamente nella realt\u00e0 rivoluzionaria. Lo stesso parlare di queste cose \u00e8 difficile. Perch\u00e9 non avrebbe senso parlarne attraverso le pagine di un trattato. Mancherebbe l&#8217;obiettivo, chi cercasse di ridurre questi problemi ad un&#8217;analisi completa e definitiva. La forma migliore sarebbe il discorso simpatico e leggero, capace di realizzare quella sottile magia dei giochi di parole. Parlare seriamente della gioia \u00e8 veramente una contraddizione.<\/span><\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-family: Verdana\"><span style=\"font-size: x-small\"><em>Le notti di estate sono pesanti. 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